“A voce scritta” di Roberto Uggeri: Interstellar

Interstellar

Roberto-Uggeri

Quali barriere impediscono a padri e figli di comunicare?

È un problema di linguaggio o di capacità di ascolto? L’imponente Interstellar di Christopher Nolan pone, essenzialmente, queste domande.

Ma anche altre sulle quali interrogarci a proiezione finita.

Ad esempio ci suggerisce una riflessione sulle scelte, ovvero se sia meglio seguire il cuore o la ragione prima di prendere una decisione importante.

A rendere vieppiù profonda la trama si coglie anche la lotta col maligno che può celarsi, a volte, sotto le spoglie della scienza illuminata anche laddove sia alimentata dalle migliori intenzioni.

Tra effetti speciali, che hanno il buongusto di non cadere nella trappola dell’eccesso, e teorie quantistiche di non facile comprensione, a nulla mi è servita la lettura di tre opere di Stephen Hawking e di innumerevoli testi di astrofisica, si intravede un’amara riflessione: i peggiori istinti umani rimangono gli stessi anche ad anni luce dalla Terra madre.

Sì, perché, alla fine, lì ci spinge la storia, come direbbero nel prologo di Star Trek: “alla ricerca di nuovi mondi, dove nessun uomo ha mai osato prima”.

L’uomo, perlomeno al cinema, con la fantascienza, intravede la necessità di trovare non più razze aliene con le quali entrare in contatto ma pianeti da colonizzare. Mondi incontaminati che possano garantire un futuro a nuove generazioni che ne abbiano più rispetto.

Dunque, sullo sfondo, ma assai sfumata, si percepisce una sensibilità ecologista che resta tuttavia marginale nella costruzione dell’opera.

Va riconosciuto al regista di aver dato forma a una storia credibile che non sia fine a se stessa ma che, nel solco della migliore fantascienza, offre numerosi messaggi di sicuro interesse.

In definitiva, emerge chiaro dai dialoghi che non siamo fatti per restare immobili ad osservare qualcosa che agonizza e volge alla fine dei suoi giorni.

Per quanto possa essere doloroso e rischioso, la sete di conoscenza e il desiderio di novità fanno di ciascuno di noi un esploratore.

Unica pecca: forse tre ore sono un po’ troppe.