A voce scritta di Roberto Uggeri: “YOU CAN’T TAKE IT WITH YOU”

A voce scritta di Roberto Uggeri: “YOU CAN’T TAKE IT WITH YOU”

Questa storia comincia poco meno di ottant’anni fa.
Due uomini si incontrano a New York. Uno ha quasi cinquant’anni, l’altro poco più di trenta. Sono entrambi di origini ebraiche. Il primo è nato in Pennsylvania, nord est del Paese, regione di boschi e grandi laghi affacciato sull’oceano Atlantico, a Pittsburgh, città a ridosso di importanti giacimenti di carbone, con una eccellente collocazione fluviale: l’Ohio scorre proprio lì ed è interamente navigabile, uno dei principali affluenti del Mississippi. Fu così che diventò una delle più importanti città industriali del mondo, specie nel campo siderurgico, il che le procurò il soprannome di Steel City: la città d’acciaio. Ancora oggi è considerato uno dei posti migliori per qualità della vita negli Stati Uniti d’America ma per un ragazzo con ambizioni teatrali le luci di Broadway hanno un fascino irresistibile.
Ed è proprio fra le luci scintillanti e le locandine dei musical che incontra l’altro protagonista di questa vicenda. Di quasi vent’anni più giovane. Figlio di immigrati ebrei. Arriva da tutt’altro posto: il Bronx.
Quartiere all’estremo nord di Manhattan. Crogiolo di razze, culture e religioni, tra la chiesa di St. Jerome, sulla 138ª strada, e lo Yankee Stadium, sulla riva destra dell’Harlem river.
Si chiamano George Simon Kaufman e Moss Hart.
George sarà presto tra i membri della Tavola rotonda dell’Algonquin. Un celebre circolo newyorkese di scrittori, critici, attori e letterati. Nelle stanze dell’hotel dal quale prese il nome, tra il 1919 e 1929, respirò quel clima di cultura e creatività che cercava da sempre. Tra di loro, i membri del circolo che tanto ricorda “La Setta dei Poeti estinti” del meraviglioso film “L’attimo fuggente”, amavano sfidarsi con battute, giochi di parole, arguzie che, tramite i giornali ai quali collaboravano, si diffondevano poi in tutto il paese. In quei dieci anni di vita, quel circolo di intellettuali godette di altissima reputazione, sia per i contributi letterari che per la vivace e graffiante arguzia. Tant’è che la reputazione sopravvisse allo scioglimento del club.
Moss Hart, invece, era figlio della “working class” di immigrati. Ad appassionarlo al teatro furono il nonno, Barney, e la zia materna, Kate.
Kaufman & Hart formarono una delle coppie d’autori di maggior successo della prima metà del secolo scorso. Scrissero una ventina di opere teatrali tra gli anni ’30 e ’50.
Molte delle loro commedie diventarono film di enorme successo a Hollywood, da “Una volta nella vita” al musical “Potrebbe piovere”, rappresentato ancora oggi a Broadway e nel West End londinese, fino a “L’eterna illusione” che sarà un film immortale con la regia del “monumento” Frank Capra e l’interpretazione maiuscola di James Stewart. Quest’ultima opera varrà ad entrambi il Premio Pulitzer per il soggetto.
Il testo travalica, in effetti, epoche e generazioni. Resta attuale.
La pellicola, che vinse l’Oscar come miglior film e regia, nel ’38 prende le mosse da “You can’t take It with You”.
L’interrogativo che pone è un classico: i soldi fanno la felicità?
La trama descrive il quadretto famigliare dei Vanderhof, simpatici squinternati che si dilettano nel trascorrere la vita coltivando unicamente i loro hobby. Al padre piace creare fuochi artificiali con un amico strampalato, inventore folle, entrato in casa otto anni prima è mai più uscito. La madre è convinta di essere un’abile romanziera solo perché qualche anno prima fu recapitata, per errore, una macchina da scrivere a casa loro. La primogenita si crede ballerina ed ha sposato un perdigiorno che si diletta a stampare giornali, volantini e tutto quel che può, come fosse un tipografo provetto, cosa che gli costerà quasi la galera come “pericoloso” è involontario sovversivo, mentre Alice, la seconda figlia, si innamora perdutamente di Tony Kirby, rampollo milionario del suo rigido principale.
L’incontro tra le due famiglie sarà esilarante ma anche difficoltoso perché l’estrazione sociale è assai differente. A fare da voce narrante e coscienza critica nonno Vanderhof che, per assecondare i suoi sogni e vivere serenamente, ha abbandonato gli affari trentacinque anni prima: è meno ricco di quel che sarebbero potuto essere ma certamente più felice. Sarà lui a dipanare la matassa.
È con questa brillante commedia a teatro che ho chiuso il vecchio è cominciato l’anno nuovo.
Quei due ragazzi newyorkesi mi hanno lasciato questa chiosa che vi giro: “You can’t take It with You”, ovvero “Non te li puoi portare appresso”.
Lo pensavano già nel 1936. Qualcuno non l’ha capito ancora oggi.

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